Wyoming fine 1800, tempesta di neve, cacciatori di taglie, furfanti, sciatteria, scarsa educazione, parecchia violenza. Questi gli ingredienti dell’enigma messo in atto nell’ultimo western di Tarantino. Con l’eccezione di qualche inquadratura su distese innevate e un triste e solitario crocifisso in legno, il 90% del film si svolge nella merceria di Minnie, unico riparo disponibile in quell’inferno bianco.

Una diligenza in direzione della città di Red Rock trasporta il cacciatore di taglie John Ruth e i suoi 10’000 $, personificati nella ricercata Daisy Domergue. Una serie di sfortunate coincidenze, o così sembra, li porta ad incapparsi in altri due ceffi: il maggiore Marquis Warren, ex-combattente della guerra di Secessione ormai riciclatosi a cacciatore di taglie e Chris Mannix, nuovo sceriffo di Red Rock. Tra botte, minacce e risate i 4 raggiungono la merceria di Minnie, ma Minnie non c’è. Al suo posto trovano Bob il messicano, Oswaldo Mobray il boia, un cowboy chiamato Joe Gage e il generale Sanford Smithers. La bufera imperversa e gli ospiti, riuniti per scelta o per caso, si preparano a trascorrere insieme i prossimi giorni. Ed è lì che il grande bluff inizia, le bugie si mescolano alle verità, le trappole mortali vengono tese e, mentre gli altarini si scoprono, lo spettatore inizia a scommettere su chi rimarrà in vita.

Si respira diffidenza sin dal primo dialogo mentre tu, osservatore, vuoi stare attento, risolvere il mistero, capire chi mente e chi dirige il gioco. Guidato dai personaggi presti attenzione ad ogni dettaglio, come il gusto dello stufato o una caramella incastrata tra due assi per terra. Distinguere le fazioni di quella piccola guerra, identificare alleati e nemici diventano uno stato di necessità, come cernere i lupi dai contadini durante una partita di loups garous.

In perfetto stile “Tarantiniano”, girato su pellicola e politicamente scorretto. Non mancano i titoli di testa dal tocco pop, i dialoghi ironici, i salti temporali e quei lenti e lunghi piano sequenza, tanto amati dai sognatori quanto odiati dagli irrequieti. Le battute volano insieme ai colpi di pistola, le teste esplodono; il sangue scorre. A condire il tutto l’ impeccabile colonna sonora di Ennio Morricone, che dà vita alle atmosfere, tese e distese.

Ahimé una piccola delusione l’ho avuta però: il volto di Tarantino questa volta non è comparso, o forse l’ho mancato.

P.S: Ho esitato ad aggiungere il parallelo con i gialli di Agatha Christie e del fatto che come un libro il film è diviso in capitoli, ma in fondo mi sembrava triviale.

La Berlinale è così: non puoi scegliere i film che vuoi vedere, sono loro che scelgono te. Dopo ore di fila finisci per acquistare uno dei pochissimi biglietti rimasti, in base soltanto all’orario della proiezione. Se sei un tipo zen ti dici che è proprio l’incognita a crear magia, se sei pessimista inizi a pregare.Berlinale 2

La mia amica sostiene che ci vogliono 15 minuti per raggiungere qualsiasi luogo a Berlino: parte sempre puntuale, ma immancabilmente arriva un’ora in ritardo. Io sono più previdente e in sala entro solo dieci minuti dopo l’inizio, tra centinaia di facce assorte e rischiarate. Traspirante e trafelata, mi guida nel buio una maschera con la pila verso l’unico posto rimasto libero, in prima fila. Maledizione. Gli schermi sono grandi come campi da calcio, ricurvi sui lati come una parabola che abbraccia la sala. Anche con la testa del tutto rovesciata all’indietro riesco a vedere solo poco più in alto dei sottotitoli, enormi lettere gialle (in tedesco) alte circa due metri. Di sicuro dei dialoghi non mi perderò nulla.

Ten no Chasuke è un film giapponese in concorso (Hiroyuki Tanaka, 2015). In paradiso, l’ex gangster Chas è diventato il ragazzo del tè, al servizio di decine di scribacchini celesti che ordiscono trame di vita palpitanti per gli umani sulla terra. Poiché ogni sceneggiatura che si rispetti necessita di azione, melodramma e disgrazie, questi irresponsabili (e buontemponi) burattinai dei nostri destini rispediscono Chas tra i vivi per salvare l’incantevole Yuri da un incidente.Ten_no_Chasuke_1

Quello che succede dopo è una delirante combinazione di tutti i registri possibili e disparati dell’assurdo: il discorso filosofico-onirico si avviluppa al fantastico-surreale, scandito da scene di violenza splatter-gangster, soffuso da un umorismo buffonesco-demenziale sottendente un’iperrealistica critica sociale e trasbordante di riferimenti cinematografici incongrui e parodici. Ne risulta un film vivace, esotico, curioso, innegabilmente interessante (da un certo punto di vista), sconclusionato da tutti gli altri (punti di vista). Quando la mia amica (quella dei 15 minuti – perché c’era anche lei – me l’ero dimenticata pure io) mi chiede come faccio a sapere con certezza che non era un capolavoro, ho un argomento inoppugnabile: non ti sei accorta che mi sono addormentata per più di mezz’ora? Davanti a un capolavoro non ci si addormenta, le dico. Certamente no.Ten no Chasuke_3

E lo dimostra il film che andiamo a vedere subito dopo. Mariposa è una delicatissima pellicola argentina di Marco Berger, presentata alla Berlinale nell’ambito della sezione Panorama. Una donna abbandona un neonato nel bosco, una farfalla in primo piano sbatte le ali, salvezza effimera, la donna cambia idea, in un’altra vita. Seguiamo in seguito due gruppi di ragazzi, trame di vita parallele nel tempo, che si intrecciano magnificamente senza mai incontrarsi: una porta di chiude, si riapre sugli altri protagonisti, una mano sfiora un’altra e si stacca e già non è più la stessa, in un fantastico montaggio a illusione ottica in cui la somiglianza impercettibile dei personaggi lascia dolcemente insediarsi un dubbio. Tra questi ragazzi succedono cose normali: si desiderano follemente, in combinazioni sempre diverse, finché si ricompone fatalmente l’ordine che sembrava già scritto, in una sceneggiatura o chissà qual’altro luogo imperscrutabile.Mariposa_1

La telecamera pare mossa da una trazione erotica che traduce i desideri proibiti – tesissima corda in procinto di spezzarsi sempre su una carezza – appoggiata sui densissimi sguardi che non si incontrano, e tirata ineluttabilmente verso il basso per ripetute ed eloquenti inquadrature inguinali. Si rimane con il fiato sospeso, con le mani sudate, seduti sul bordo della poltrona, a desiderare di vedere quelle labbra maschili toccarsi, quegli sguardi fraterni scontrarsi, in attesa di un’esplosione di sensualità che vorremmo vivere, afferrare con tutto il corpo, portarci dentro ancora per un po’. Ma quella bellezza non la si possiede mai. Solamente è rimasto come un velo umido tra le mie dita e un’aurea di leggerezza, un fremito. Un’idea semplicissima, geniale, perfettamente sviluppata. Una di quelle perle rare che non usciranno mai al cinema e per le quali ai festival si passano frenetiche giornate di ricerca, correndo tra una sala e l’altra.Mariposa_3

Di Alessia Botta

Ancora una volta vediamo in scena la genialità e la creatività unica e fenomenale del giovane regista texano Wes Anderson. In questo film si riflette lo stile narrativo affascinante e geniale che caratterizza tutte le sue opere, in cui comicità si fonde con un senso di grottesco e con uno stile di raffigurare le cose in maniera rigonfia e singolare, ma che in realtà nasconde verità profonde e importanti.

Fra le caratteristiche tipiche dello stile di Anderson, emergono l’eccentricità dei personaggi ed i colori accesi e retrò della sceneggiatura, a cui questa volta si fondono immagini affascinanti e reali di un autentico paesaggio indiano.

Il treno per il Darjeeling 3

Tre fratelli, Francis, Peter e il “piccolo” Jack non si parlano da un anno, più precisamente dalla morte del padre, dopo la quale hanno curiosamente deciso di interrompere i rapporti. Decidono così di ritrovarsi e di intraprendere insieme un viaggio verso l’India,  a bordo del treno “Darjeeling Limited”, per riassestare il loro legame fraterno, perso ormai da tempo. Francis, il fratello maggiore, con una personalità un po’ invadente e alquanto irritante, è colui che lancia l’idea. Il motivo scatenante di questa voglia di ritrovarsi è un incidente motociclistico, avuto poche settimane prima, nel quale ha rischiato di perdere la vita. Sostenendo che i suoi fratelli sono stati la prima cosa a cui ha pensato dopo aver ripreso coscienza, realizza quanto sia importante averli nella sua vita. Francis si occupa quindi di pianificare l’itinerario in dettaglio, affiancato dal suo assistente Brenda, personaggio ironicamente “schiavizzato” e costantemente sminuito dal capo Francis, che col suo fare un po’ presuntuoso ne causerà poi il disperato auto licenziamento.

Il treno per il Darjeeling 2Le cose però non vanno esattamente come pianificate dal meticoloso fratello maggiore. Egli si sente escluso dagli altri due fratelli, che a loro volta, trattati come burattini, si sentono oppressi dal modo di fare autoritario di Francis. I principali attriti si creano con il fratello Peter, che a prima vista si mostra essere il più stabile e calmo, ma che in realtà si sta confrontato con una moglie sulla via dell’isterismo ed incinta. Peter non vuole parlare della situazione con il fratello maggiore perché non si sente capito. Si sente però più libero di parlarne con il fratello minore, il “piccolo Jack”, il quale sta vivendo a sua volta un momento difficile a causa della rottura con la ex fidanzata. Jack, in preda a un comportamento ossessivo ed incontrollabile, chiama in continuazione il numero della sua segreteria telefonica di cui possiede ancora il codice segreto, per ascoltarne i messaggi. Il piccolo Jack è anche uno scrittore, e basa le sue storie su personaggi reali, usandole come sfogo per elaborare le disavventure in cui sfortunatamente si imbatte regolarmente.

L’obiettivo di questo viaggio, oltre a ricreare un rapporto pacifico tra i tre fratelli, è di raggiungere il convento himalayano dove si trova la madre Patricia, genitore libertino ed allegramente irresponsabile. Dopo che il treno “Darjeling Limited” si perde nel deserto indiano a causa di un disguido del personale del treno, i tre personaggi si mettono in cammino, e con l’aiuto di una famiglia di nomadi indiani, riescono a raggiungere il convento nel quale involontariamente li attende la madre. Il loro soggiorno purtroppo si conclude con la fuga della madre, che scompare a causa della paura, rincontrando i figli, di riaffrontare la vita che si è lasciata alle spalle fuggendo in India.

I tre fratelli Whitman terminano così il loro viaggio, aprendosi all’imprevedibilità della vita e liberandosi del simbolico fardello delle valigie, abbandonate mentre cercano di saltare su un treno in corsa, un treno che può perdersi pur viaggiando su dei binari.

Il film racchiude un modo unico ed irresistibile di raccontare malesseri esistenziali ed è ricco di trovate originali, ad esempio il personaggio che si pensa essere il fantasma del padre che appare all’inizio del film correndo e tentando di prendere il treno, si ritrova più tardi seduto comodamente in un vagone, un’ apparizione che in linguaggio cinematografico viene chiamata “cameo”: la visione di questo personaggio rappresenta il messaggio che si vuole trasmettere allo spettatore, e cioè di lanciarsi ad intraprendere un percorso pur non conoscendone il finale.

Il cinema sotto casa mia si chiama Corso. La cassiera è come stupita di vedermi: si alza con difficoltà dal divano che l’aveva morbidamente inghiottita per metà – sbuffo di polvere – e apre scricchiolando la porta del botteghino che ora la contiene a malapena. Sorda dietro al vetro, i capelli grigi raccolti in una crocchia, strappa il bigliettino azzurro che spunta dalla fessura di una macchina d’altri tempi, al suo premere arrugginito di una levetta di metallo. La moquette verde-grigio dell’atrio rilascia nuvolette sotto i passi di chi si avventura, bisogna un poco sgranare gli occhi per mettere a fuoco i manifesti nelle vetrine non proprio terse, di film visti e rivisti. In sala i sedili di velluto rosso si son fatti rosa antico e consunto e sulle grandi pareti nere delle gigantesche punte bianche triangolari si scagliano contro lo schermo. Di un gusto squisitamente anni settanta: una riuscitissima combinazione tra le scenografie di Barton Fink e quelle di Fritz Lang. Mi siedo – sbuffo di polvere – la sala è vuota. Mi sento fortunata.

Vedo Coffee and Cigarettes. Così tipicamente Jarmusch, una sberla in faccia di ostentato cinema indipendente, in tutto e per tutto senza sfumature un esercizio di stile beffardo, naricisistico e compiaciuto. Audace e bellissimo. Il caffè tiepido e i mozziconi esanimi nei portacenere o ancora fumanti tra fessure di denti nerastre sono tema ma anche atmosfera che ti si appiccica alla pelle, un po’ sudicia, un po’ malsana. Ma non sono l’unico filo conduttore di quelle scombinate e genialissime undici sequenze, un po’ poetiche, un po’ strafottenti, un po’ ironiche: due sole inquadrature fisse e minimali (frontale e dall’alto), composizioni studiatissime come nature morte sottosopra e disarmoniche, scenografie bianche e nere di una geometria scompaginata, imbrattata, esplosa dal di dentro, attori famosi e interpretazioni improvvisate e imprevedibili, di qualità variabile, personaggi strampalati, sdoppiati e sconclusionati, tavoli a scacchi, forme geometriche e macchie o croste un po’ ovunque, interferenze dense tra le scene e tra loro e il cinema, continui errori di raccordi nel montaggio, un delirante non-sense di dialoghi avviluppati e tendenti all’assurdo, pellicole rovinate che cambiano colore. Questi espedienti creano una coerenza stilistica, un’unità formale di frammenti che fa in modo che quegli improbabili squarci sconnessi parlino lo stesso linguaggio estetico e raccontino perciò la stessa storia pur essendo privi di sequenzialità o consistenza narrativa. Per raccontare una storia senza storia ci vuole talento.

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Titoli di coda, non li lascio scorrere ma scatto perché mancano dieci minuti al film The Imitation Game al multisala Cinestar all’altro lato della città. Arrivo con quindici minuti di ritardo, la sala è piena, il mio vicino sgranocchia i suoi pop-corn. Per fortuna le pubblicità sono durate un’eternità e del film non mi son persa niente (benedico le derive commerciali del cinema di massa). Mi siedo – odor di circo – sono contenta. So bene cosa aspettarmi: una grandiosa e impeccabile produzione hollywoodiana, una prodigiosa macchina da soldi (15 milioni spesi, 100 milioni incassati dopo poche settimane), un biopic ipnotico e controllatissimo, un gigantesco manipolatore emotivo. Fantastico, mi ci abbandono. È la storia di Alan Turing, crittoanalista britannico e precursore dell’informatica moderna che non ha solo inventato la prima intelligenza artificiale, ma l’ha creata per salvare il mondo dal mostro nazista riuscendo a decodificare i messaggi che le Potenze dell’Asse si scambiavano tramite la macchina Enigma durante la seconda guerra mondiale.

The Imitation Game 2Dalle prime immagini noto una qualità visiva eccezionale, una profondità dell’immagine quasi tridimensionale, delle luci e dei colori di un’incisività straordinaria: lo stupore per l’incontestabile bellezza seppur manieristica della fotografia mi travolge con potenza (come quando al cinema si è sentito il suono o si sono visti i colori per la prima volta). Tutto è perfettamente orchestrato, la musica ci conduce tutti insieme come su un’onda, dicendoci quando commuoverci, quando indignarci, quando spaventarci. Il tutto condito con una buona spalmata di necessario buonismo:  sdegno per i poveri omosessuali che erano costretti alla castrazione chimica (però! quanto ci sentiamo bene per i progressi compiuti!), e per le povere donne che erano subordinate e ghettizzate (“Ma pensa un po’ te, il problema oggi è quasi l’opposto!” – pensa il mio vicino che puzza di popcorn e testosterone). Non manca davvero nulla e penso che nella sala il giudizio sia unanime, seppur per motivi differenti.

Torno a casa con qualche lacrima sul viso, felice perché ho visto due film incontestabilmente stupendi, e mi dico che il buon cinema bisogna proprio amarlo tutto, con furore, con il corpo, senza compromessi.

Quanto è bello l’amore? Rende le persone raggianti, i luoghi attraenti, speciali, si accende una musica di sottofondo e a volte le cose vanno pure al rallentatore. Soprattutto quando l’amore è in un film, oppure nei ricordi, in un mitico altrove distorto dalla memoria, vera traditrice che divora i fatti, le imperfezioni, che trangugia la realtà in toto confinando ogni bellezza nel passato o nel futuro e condannandoci alla perpetua nostalgia.

In Blue Valentine l’amore è nel passato e in un film. Cindy (Michelle Williams) era una ragazza diversa, studiava medicina, è rimasta incinta per errore. Dean (Ryan Gosling), giovane e romantico, strimpellava la chitarra, aveva i capelli folti e quella luce negli occhi vagamente malinconica che ci fa letteralmente impazzire (seriamente, perché non possiamo stringerlo e farlo nostro?).Blue Valentine 7

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Poi però lo si vede qualche anno dopo, il loro cane è scappato (alleggia sin dall’inizio un’aria di morte), le lenti che si scuriscono al sole nascondono quella luce di prima, la calvizie si fa strada sulle tempie, di sfuggita una lattina di birra tradisce quel qualcosa che non va. È periferia, un sobborgo un po’ spoglio, desolato, americano, fatto di quel legno compensato che puzza di cibo per gatti. È un’atmosfera densa, tesa, sporca, triste, che si coglie negli sguardi di lei e di lui, nelle loro voci, sul loro viso, in un’interpretazione sottile e precisissima che suggerisce una disperazione di fondo, senza però lasciare certezze.

È l’inesorabile esaurirsi della romance e di tutte quelle storie che ci si racconta, quel cascare a catena di ogni illusione, una dietro l’altra come tessere di domino perfettamente posizionate per compiere il proprio destino manifesto. Il languido insinuarsi dello squallore, l’ineluttabile prevalere dello sfacelo relazionale e morale è il chiodo fisso della narrativa americana che vale, del cinema, così sintomatico di una cultura che si guarda allo specchio e che non si riconosce più nella propria maschera.

Devono festeggiare un qualche anniversario, o forse San Valentino, fuggire ad ogni modo da quella lenta consunzione. Il cane è stato ritrovato stecchito e c’è ancora un buono per quel Motel con le stanze a tema che si chiamano con nomi vagamente erotici. Scelgono quella che rimane (“Future”) e con qualche bottiglia di Vodka si ritrovano in un ravvicinato tête à tête, in una camera bluastra con le luci al neon, il letto girevole metallizzato e senza finestre. Guardarsi in faccia è vedere lo schifo di un fallimento esistenziale. Lei è soltanto infermiera e lui inizia a bere al mattino. Perde i capelli. Tutto così stupendamente contenuto nella smorfia di disgusto rabbioso e irrefrenabile di lei, quasi un conato, quando lui le bacia i capezzoli (per terra sul ciglio del bagno) in un tentativo alcolico di rincollare i pezzi.

Non funziona e non può funzionare costruire tutto sul terreno scivoloso della menzogna. Ma allora come ricominciare, come crescere quella loro figlia, nata come un’intera generazione ai tempi del collasso del sogno americano, sullo squarcio che si apre e diventa voragine tra quello che si voleva essere e quello che si è diventati?Blue Valentine 3

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Amara, divertente e commovente.

Questa è una storia d’amore e di musica. Di “alta fedeltà”: quella dei dischi, si, ma anche quella, ben più complicata, delle storie d’amore.

Rob Fleming ha 35 anni, un negozio di dischi fallimentare ed è appena stato lasciato. Di nuovo, e di nuovo non capisce perché.

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In sicuro e burbero, rintanato nel suo negozio nel nord londinese si arrovella su quesiti del tipo : “sono triste perché ascolto canzoni su cuori infranti oppure ho il cuore infranto perché ascolto musica triste? Cosa viene prima, la musica o il cuore infranto?”. Rob ha il pregio di essere straordinariamente divertente nei suoi tentativi, imbranati, di dipanare la matassa emotiva.

È un personaggio che non riesce a stare al centro del suo mondo…e qui sta il bello: sbanda continuamente e ci trascina con sé in una Londra vibrante, costellata da trentenni sognatori, al ritmo di tutta quella musica, nominata, citata, menzionata, che scandisce a meraviglia il ritmo del racconto (ho avuto la tentazione di tenere aperto youtube ogni volta che saltava fuori un titolo, ma le disavvenutre di Rob mi prendevano troppo per poterlo fare con calma).

Nick Hornby ha creato un libro scanzonato, diventato cult per i giovani degli anni ’90. Per quella “generazione X” un po’ sbandata, che magari, come Rob, ha lasciato l’università ed è rimasta al palo per non aver saputo – o voluto – scegliere una strada, sia emotivamente, sia professionalmente. Per paura di diventare qualcosa di definito.

Non a caso, i personaggi – specialmente uomini – non scelgono mai veramente nulla. Quello che fanno, invece, è stilare liste: le cinque migliori canzoni n.1 / lato A, le cinque più grandi fregature amorose, i cinque lavori da sogno che avrei voluto fare…

Le donne, invece, sono dipinte come un centro di gravità, per quanto misterioso.

Questo è un libro creato per relativizzare un ideale romantico e giovanile, un po’ autolesionista, e non avere più paura. E, perché no, anche per ascoltare (nuova) musica.

In un piccolo comune di periferia John May (Eddie Marsan) si occupa da 22 anni delle cerimonie funebri di coloro che muoiono senza nessuno per salutarli. La procedura è la stessa da sempre: John si reca nella casa della persona deceduta, raccoglie alcuni oggetti in un sacchetto di plastica, un disco, una fotografia. Nel suo ufficio sbuccia una mela sempre uguale e cerca di rintracciare parenti o conoscenti, per informarli e invitarli alle esequie.

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Ma spesso si ritrova da solo ad ascoltare l’orazione funebre che ha scritto, sulla musica che ha trovato, e ad accompagnare la bara del colore che ha scelto fino a quella postazione nel cimitero che ha predisposto. La sua l’ha già riservata, sotto un albero che ha appositamente piantato, con una vista aperta come se in fondo non si fosse nemmeno tanto sepolti. Nel suo monolocale grigio-azzurro a misura di sardina si prepara per cena un quadretto sempre uguale (una scatola di tonno e una fetta di pane da toast) e prima di dormire compila e ripercorre ritualmente l’album di famiglia con le fotografie dei casi archiviati, uomini e donne morti senza nessuno. La sua vita popolata in quel modo dalla vita degli altri.

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John May è un personaggio assolutamente perfetto, concepito con la cura di chi sa cogliere il vero nell’umano e poi muoverlo in una storia. Il film che abita è plasmato alla sua immagine con un’ineccepibile coerenza: nei minimi dettagli è fatto della sua sostanza e in tutte le dimensioni lo riproduce, lo declina, in un omaggio poetico alla sua eroica, bellissima insignificanza.

La fotografia è meticolosa, regolare, curata. La musica è delicata, indiscutibilmente giusta, discreta ma presente, luminosa. Il tempo segue la cadenza mansueta delle cose fatte bene, fissate, ordinate. L’aria è in sospensione sul filo di una tenue malinconia bilanciata da un cinismo quasi impercettibile e da un senso di umile riguardo per gli istanti d’eccezione del quotidiano.  Still Life (natura morta, appunto) è un film inappuntabile, in cui tutto è al suo posto e nulla sfugge al controllo della regia pulitissima, quasi maniacale, di Uberto Pasolini (premiato appunto per la miglior regia nella sezione “Orizzonti” della 70a Mostra di Venezia).

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Un giorno John May viene licenziato: rigoroso ma troppo lento. E forse anche un po’ troppo umano. L’ultimo caso è, per puro caso (o forse no), il suo vicino di fronte: un uomo spiacevole che ha litigato con il mondo e che si è ben meritato una fine solitaria e alcolica. A partire dai soliti indizi John May comincia la sua donchisciottesca indagine per ricostruire il passato di Billy Stoke, scoprendo colleghi, amanti, storie, una figlia, e le ragioni per odiare gli altri o amarli con furia.

È il suo ultimo caso e John si avventura timidamente, morde un pasticcio di carne, si cucina un filetto di pesce fresco, urina sulle gomme del capo, beve del Whisky dalla bottiglia in compagnia di due straccioni, prova a reggersi di peso addentando una cintura attaccata alle sbarre della finestra e compra due tazze per invitare Kelly (la figlia del morto) a bere un tè a casa sua dopo il funerale.Still Life 2

Ma in fin dei conti è l’ironia della sorte ad avercela vinta, perché un banale happy ending, a pensarci bene, non sarebbe stato affatto coerente. Perlomeno per quell’ultimo commiato John May ci è riuscito a radunare la famiglia.